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Audit SEO nel 2026: cosa controlla, quanto costa e cosa c’era dietro le nostre 121 pagine non indicizzate

Audit SEO: lente d'ingrandimento su report tecnici e grafici di Search Console — Immagine generata con intelligenza artificialeImmagine generata con AI

In short: Audit SEO: cosa controlla, quanto costa e perché il nostro sito aveva 121 pagine non indicizzate.

📅 Ottobre 26, 2026  •  ⏱️ 17 min read


Un audit SEO è la verifica di un sito che risponde a tre domande: Google riesce a leggere le pagine che contano, le accetta nel suo indice, le mostra alle ricerche giuste? Nel 2026 la risposta decide anche una quarta cosa, perché AI Overview, Modalità AI e ChatGPT attingono agli stessi indici: una pagina che Google non indicizza non può essere citata nemmeno lì. Per un sito aziendale un audit costa in genere da 500 a 2.500 euro una tantum e deve consegnare un elenco di interventi in ordine di resa, non un punteggio.

Il 26 ottobre 2026 Google ci ha mandato una mail dal titolo poco incoraggiante: nuovi motivi impediscono l’indicizzazione delle pagine sul sito agenzia.it Il sito (che n0n possiamo divulgare) di un’agenzia SEO e GEO. Il report contava 89 pagine indicizzate e 121 escluse. Abbiamo fatto lo stesso audit che facciamo sempre ai clienti, e che vale la pena raccontarlo per intero: cosa c’era dietro ogni numero, cosa abbiamo corretto in un pomeriggio, cosa invece non dipendeva da noi.

Anticipiamo il risultato. Su 121 indirizzi esclusi, 108 non erano pagine da indicizzare: li avevano prodotti WordPress e il server, senza che nessuno li avesse mai scritti. Se stai valutando un audit per il tuo sito, questa guida ti dice cosa deve controllare, quanto deve costare, come si leggono i motivi di esclusione di Search Console e come si riconosce un lavoro fatto bene da un report generato in automatico.

Cosa controlla un audit SEO nel 2026?

Un audit SEO completo controlla otto aree, in quest’ordine: indicizzazione, accesso dei crawler, inventario degli URL, duplicati e canonical, contenuti e intento di ricerca, link interni, esperienza sulle pagine, leggibilità per i motori generativi. L’ordine non è estetico: ogni area presuppone la precedente. Ottimizzare un testo che Google non indicizza è lavoro perso.

Area La domanda Dove si guarda Il segnale d’allarme
1. Indicizzazione Le pagine che vendono sono nell’indice di Google? Search Console: report Indicizzazione delle pagine e Controllo URL Pagine di servizio o articoli strategici fra le “non indicizzate”
2. Accesso dei crawler Googlebot, Bingbot e i crawler delle AI entrano davvero? robots.txt, firewall e CDN, log del server Risposte 403 o 429 ai bot, blocchi dimenticati
3. Inventario degli URL Quanti indirizzi produce il sito oltre alle pagine che hai scritto? Sitemap, report Indicizzazione, scansione con un crawler Archivi, feed, cartelle e parametri più numerosi delle pagine vere
4. Duplicati e canonical Ogni contenuto ha un solo indirizzo ufficiale? Tag canonical, varianti con e senza www, slash finale, parametri “Pagina duplicata senza URL canonico selezionato dall’utente”
5. Contenuti e intento Ogni pagina risponde a una ricerca reale, e una sola pagina per ricerca? Search Console, rapporto Rendimento per query e per pagina Due articoli che si contendono la stessa query
6. Link interni Le pagine che contano ricevono link dalle altre? Crawler, voce “Pagina di referral” nel Controllo URL Pagine orfane, raggiungibili solo dalla sitemap
7. Esperienza sulle pagine La pagina è veloce e usabile da mobile? Report Core Web Vitals, PageSpeed Insights Pagine lente proprio sulle query commerciali
8. Leggibilità per le AI Il testo è nell’HTML e può essere usato come snippet? Sorgente della pagina, meta robots, intestazioni HTTP Testo caricato solo via JavaScript, regole nosnippet dimenticate

Accanto alle otto aree, un audit serio fa qualche controllo di sicurezza che ha conseguenze dirette sulla SEO: cartelle che mostrano l’elenco dei file, nomi utente esposti negli indirizzi, risorse servite senza HTTPS. Nel nostro caso, come vedrai, il problema segnalato da Google era proprio di questo tipo. Se invece il sito è ancora da costruire, molti di questi controlli si risolvono prima di andare online: lo abbiamo descritto parlando di come progettare un sito web B2B per SEO e GEO.

Perché l’indicizzazione è il primo controllo, anche per la GEO?

Perché tutto il resto ne dipende, comprese le risposte generative. Google lo scrive nella sua documentazione sulle funzionalità di AI nella Ricerca: per comparire come link di supporto in AI Overview o in Modalità AI una pagina deve essere indicizzata e idonea a mostrare uno snippet, e non esistono requisiti tecnici aggiuntivi. La porta d’ingresso alle risposte AI di Google è la stessa della ricerca classica. Il funzionamento delle panoramiche lo abbiamo spiegato nella guida alle Google AI Overviews.

Lo stesso vale, con un indice diverso, per ChatGPT: quando cerca sul web si appoggia in larga parte a Bing e al proprio crawler, come abbiamo spiegato in perché SEO e GEO vanno fatte insieme. Una pagina fuori dagli indici non entra nel recupero, e una pagina che non entra nel recupero non può essere citata.

C’è poi un dettaglio che negli audit si perde spesso. La regola nosnippet, che qualcuno aggiunge per tenere un testo fuori dagli estratti di Google, secondo le specifiche di Google sui meta tag robots impedisce anche che quel contenuto venga usato come input per AI Overview e Modalità AI. Un’istruzione di una riga può togliere una pagina dalle risposte generative. Per questo, prima di parlare di contenuti citabili, un audit conta una cosa semplice: quante delle tue pagine importanti sono davvero nell’indice. I controlli specifici per i crawler delle AI li abbiamo raccolti nel piano per ottimizzare un sito per le AI.

Cosa c’era dietro le nostre 121 pagine non indicizzate?

Su 121 URL esclusi, 13 erano contenuti che volevamo su Google. Gli altri 108, l’89%, erano indirizzi tecnici: elenchi di cartelle, feed, archivi dei tag, una pagina autore, schemi letti come se fossero link. Questo è il quadro completo, come lo mostrava Search Console il 26 ottobre 2026, con il report aggiornato al 23 ottobre.

Motivo in Search Console URL Cosa erano davvero Cosa abbiamo fatto
Rilevata, ma attualmente non indicizzata 75 66 archivi dei tag, 5 archivi di categoria, 4 articoli e pagine Tag in noindex e fuori dalla sitemap; richiesta di scansione per gli articoli mai visitati
Pagina scansionata, ma attualmente non indicizzata 25 12 feed RSS dei tag, 3 cartelle e file di sistema, 1 pagina autore, 9 articoli e pagine Feed e archivio autore disattivati; sugli articoli, lavoro editoriale
Esclusa in base al tag “noindex” 8 Feed dei commenti, pagina di ringraziamento del modulo, modello della ricerca interna Nulla: esclusione voluta
Non trovata (404) 6 5 schemi con l’asterisco letti dalle regole di precaricamento di WordPress, 1 cartella protetta di un plugin Nulla: il 404 è la risposta giusta
Pagina duplicata senza URL canonico selezionato dall’utente 6 4 elenchi di cartelle degli upload, 2 prototipi HTML caricati mesi prima Elenco delle cartelle chiuso, noindex sui file HTML, convalida avviata
Pagina con reindirizzamento 1 Lo shortlink ?p= di WordPress Nulla: è un reindirizzamento corretto
Totale 121 108 indirizzi tecnici, 13 contenuti veri Correzioni in un pomeriggio, convalida in corso

Quattro di queste righe meritano un racconto, perché sono le stesse che troviamo, con numeri diversi, in quasi tutti i siti dei clienti.

Le cartelle che mostravano l’elenco dei file

La segnalazione che ha fatto partire la mail di Google non riguardava pagine, ma cartelle. Il server rispondeva a richieste come /wp-content/uploads/2026/03/ mostrando l’elenco completo dei file contenuti, con date e dimensioni. Google ha trovato quegli elenchi, li ha scansionati e li ha classificati come pagine duplicate. Per la SEO è rumore. Per la sicurezza è una debolezza catalogata: il MITRE la registra come CWE-548, esposizione di informazioni tramite elenco delle cartelle, perché nomi e date dei file aiutano chi cerca un punto d’attacco e possono rivelare documenti riservati.

Prima di toccare qualsiasi cosa abbiamo controllato le cartelle una per una: nessun file sensibile esposto, e la cartella in cui il plugin dei moduli conserva gli allegati era già protetta. La correzione è una regola nel file .htaccess, inserita sopra il blocco di WordPress:

# Niente elenco dei file nelle cartelle di sistema
<IfModule mod_rewrite.c>
RewriteEngine On
RewriteCond %{REQUEST_FILENAME} -d
RewriteRule ^(wp-content|wp-includes)(/.*)?$ - [R=404,L]
</IfModule>

Se il tuo hosting consente la direttiva Options nel .htaccess, la strada più diretta è Options -Indexes. Noi abbiamo scelto mod_rewrite per una ragione prudenziale: è attivo su qualunque WordPress con permalink leggibili, mentre Options, se il server non la permette, restituisce un errore 500 su tutto il sito. Per i due prototipi HTML abbiamo aggiunto l’intestazione X-Robots-Tag con valore noindex, il metodo che Google indica per escludere dall’indice i file serviti direttamente dal server, con esempi per Apache nelle stesse specifiche citate sopra. Dopo il salvataggio abbiamo verificato sito, immagini, script, API e pannello di amministrazione: tutto rispondeva come prima.

I 404 con l’asterisco non erano errori

Fra le pagine “non trovate” c’erano indirizzi impossibili: /wp-*.php, /wp-admin/*, perfino /*. Nessuno li aveva mai linkati. Vengono dalle regole di precaricamento che WordPress inserisce in ogni pagina dalla versione 6.8, quando la funzione Speculative Loading del Performance Team è entrata nel nucleo, come riporta la pagina ufficiale del plugin su WordPress.org. Quelle regole elencano gli schemi di indirizzo da non precaricare, e Googlebot li ha letti come link.

Non vanno corretti. Google ha chiarito da tempo che la presenza di URL in errore 404 non danneggia le altre pagine del sito, come spiega il blog di Google Search Central, e la guida al report consiglia di intervenire solo sui 404 linkati dalle tue pagine o elencati nella sitemap. Un audit automatico li conta come sei errori. Un audit fatto da una persona li riconosce e li lascia dove sono.

Sessantasei pagine dei tag che Google non voleva

Il gruppo più numeroso erano gli archivi dei tag: 66 pagine che elencano gli articoli con la stessa etichetta. Il plugin SEO le inseriva nella sitemap, quindi dicevano a Google che erano pagine importanti. Google, non trovandovi nulla che non fosse già negli articoli, le lasciava in coda senza nemmeno scansionarle. Le abbiamo messe in noindex, follow e tolte dalla sitemap: i tag restano sugli articoli e i link continuano a funzionare, ma smettiamo di proporre a Google pagine che non meritano l’indice.

Una precisazione onesta. La guida di Google al budget di scansione si rivolge a siti con oltre 10.000 pagine che cambiano ogni giorno, oppure a siti in cui una parte consistente degli URL risulta rilevata e non indicizzata. Il sito in questione è piccolo, ma rientra nel secondo caso: 75 URL su 210. La stessa guida indica nell’inventario degli URL, cioè negli indirizzi duplicati o inutili che il sito espone, il fattore su cui il proprietario ha più controllo. Non sappiamo ancora se questa pulizia basterà a far entrare gli articoli esclusi: lo misureremo e aggiorneremo questa pagina con i numeri.

La pagina autore e i 9 articoli: dove finisce la tecnica

La pagina autore ripeteva l’elenco degli articoli del blog e, in più, mostrava nell’indirizzo il nome utente dell’amministratore. L’abbiamo disattivata: ora reindirizza alla home. I 9 articoli e pagine “scansionati ma non indicizzati” erano invece tecnicamente sani. Rispondono correttamente, hanno il canonical su se stessi, sono indicizzabili, vanno da circa 900 a 3.500 parole. Per Google è una scelta, non un errore: la guida al report spiega che una pagina in questo stato potrebbe essere indicizzata in futuro oppure no, e che non serve inviarla di nuovo.

Qui l’audit tecnico finisce e comincia quello editoriale. Cinque degli articoli trattano il rapporto fra SEO e GEO da angoli vicini, e quando più pagine dello stesso sito rispondono alla stessa domanda Google tende a sceglierne una. È l’ipotesi su cui stiamo lavorando. La decisione, accorpare o differenziare, non si prende con un plugin: si prende guardando le query su cui compare ciascun articolo. È lo stesso ragionamento che abbiamo fatto sul perimetro dei contenuti: spesso non va rifatto il sito, va ridisegnato l’insieme delle pagine.

Come si leggono i motivi delle pagine non indicizzate in Search Console?

Ogni motivo dice in quale fase Google si è fermato: scoperta, scansione, scelta dell’indirizzo ufficiale, ammissione all’indice. “Non indicizzato” non significa per forza errore, lo ricorda la stessa guida al report Indicizzazione delle pagine: il lavoro è distinguere le esclusioni volute da quelle che ti costano visibilità. Questa è la tabella che usiamo negli audit.

Motivo Cosa significa È un problema? Cosa fare
Rilevata, ma attualmente non indicizzata Google conosce l’URL ma ha rimandato la scansione Sì, se riguarda pagine importanti Ridurre gli URL inutili, portare link interni verso quelle pagine, controllare la velocità del server
Pagina scansionata, ma attualmente non indicizzata Google ha letto la pagina e ha deciso di non tenerla Sì, se è una pagina che vende Lavorare su unicità e sovrapposizioni con altre pagine; reinviarla non serve
Pagina duplicata senza URL canonico selezionato dall’utente Google la considera copia di un’altra e ha scelto l’originale da solo Dipende da quale pagina ha scelto Dichiarare il canonical, oppure eliminare la causa del duplicato
Pagina duplicata, Google ha scelto una pagina canonica diversa Il canonical che hai indicato non convince Google Spesso sì Verificare che le due pagine siano davvero equivalenti, oppure differenziarle
Esclusa in base al tag “noindex” La pagina chiede di non essere indicizzata Solo se il noindex è un errore Controllare che riguardi solo pagine di servizio
Non trovata (404) L’indirizzo non esiste Solo se è linkato dal sito o presente in sitemap Correggere il link o reindirizzare con un 301
Pagina con reindirizzamento L’URL rimanda a un altro indirizzo Di norma no Aggiornare i link interni perché puntino alla destinazione
URL bloccato da robots.txt Google non può leggere la pagina Sì, se la pagina deve comparire Rimuovere la regola; per escludere davvero una pagina si usa noindex

Due avvertenze dalla documentazione di Google. La prima: per i siti sotto le 500 pagine, Google ritiene che questo report probabilmente non serva e suggerisce di partire dalle ricerche site: e dallo strumento Controllo URL. Noi lo abbiamo aperto perché è arrivata la mail, e dentro c’era un problema di sicurezza che nessuna ricerca site: avrebbe mostrato. La seconda: dopo una correzione, la convalida richiede in genere fino a due settimane, a volte di più. Chi ti promette il report “pulito” in un giorno non l’ha mai fatto.

Quanto costa un audit SEO nel 2026?

Per un sito aziendale italiano un audit SEO una tantum costa in genere fra 500 e 2.500 euro, e può superare i 5.000 per portali, e-commerce o siti multilingua. È la stessa forbice che indichiamo nella guida ai costi di un’agenzia SEO a Milano. Il prezzo non dipende dalle pagine che pensi di avere, ma dagli indirizzi che il sito produce davvero: noi contavamo una cinquantina fra articoli e pagine, Google ne conosceva 210.

Tipo di sito Cosa deve includere Fascia indicativa Tempi
Sito B2B o vetrina fino a 100 pagine Indicizzazione, accesso dei crawler, inventario degli URL, contenuti principali, piano di interventi 500–1.200 € 1 settimana
Sito con blog o catalogo, da 100 a 2.000 URL In più: sovrapposizioni fra contenuti, link interni, archivi e tassonomie 1.200–2.500 € 2–3 settimane
Portale, e-commerce, sito multilingua In più: analisi dei log, navigazione a faccette, versioni linguistiche da 2.500 € a oltre 5.000 € 3–6 settimane

Sono fasce che osserviamo sul mercato, non un listino. Diffida di due estremi. Il primo è l’audit gratuito, che di solito è il punteggio di uno strumento automatico con il logo dell’agenzia sopra. Il secondo è l’audit da centinaia di rilievi senza priorità: se non ti dice da dove cominciare, non è un audit, è un inventario.

Audit SEO automatico o fatto da una persona?

Gli strumenti raccolgono i dati, la persona li interpreta. Search Console, un crawler e PageSpeed Insights ti danno in poche ore tutto quello che serve sapere, ma non ti dicono quale riga conta. Nel nostro audit uno strumento avrebbe segnalato sei errori 404 che non andavano toccati e sei pagine duplicate che erano, in realtà, un’esposizione di sicurezza. Avrebbe contato 75 pagine “da indicizzare” senza dire che 66 non andavano indicizzate affatto.

La differenza si vede nel risultato. Un audit fatto bene consegna una sola lista, ordinata per resa. In cima c’è ciò che può azzerare tutto il resto, come un blocco dei crawler o un noindex sbagliato. Poi ciò che disperde l’attenzione di Google su pagine inutili. In fondo, i ritocchi. Ogni voce ha un responsabile, un tempo e un modo per verificare che sia stata fatta.

Come capire se un audit SEO è fatto bene: sei domande prima di pagarlo

Le domande giuste si fanno prima di firmare, e le risposte ti dicono più del preventivo. Sono sei, e valgono anche per noi.

  1. “Lavorate sul mio Search Console?” I dati veri sono lì, e la proprietà deve restare tua. Abbiamo spiegato come leggere Search Console in dieci minuti prima di parlare con qualsiasi agenzia.
  2. “Distinguete gli errori veri da quelli che il report chiama errori?” Se la risposta è “li correggiamo tutti”, preparati a pagare lavoro inutile.
  3. “Mi date una lista in ordine di resa?” Con chi fa cosa, e in quanto tempo.
  4. “Controllate l’accesso dei crawler delle AI e la leggibilità per le risposte generative?” Un audit che si ferma a Googlebot guarda una sola delle porte da cui oggi arrivano i clienti.
  5. “Cosa rimisurate, e quando?” Una correzione senza verifica è un’ipotesi. La convalida di Google richiede settimane, e il confronto serio si fa su 28 giorni contro i 28 precedenti.
  6. “L’audit include le correzioni o solo la diagnosi?” Entrambe le formule sono legittime, ma vanno scritte nel preventivo.

Cosa succede dopo l’audit, e perché il nostro non è finito?

Dopo le correzioni comincia la parte meno spettacolare: aspettare e rimisurare. Il 26 ottobre 2026 abbiamo avviato in Search Console la convalida per le pagine duplicate e chiesto la scansione delle pagine modificate. Nelle prossime settimane guarderemo tre numeri: quanti URL escono dalle esclusioni, se i 13 contenuti veri entrano nell’indice, se le impressioni delle pagine commerciali crescono nella finestra di 28 giorni. Aggiorneremo questa pagina con i risultati, anche se non saranno quelli sperati.

Poi c’è il versante che Search Console non vede. Essere nell’indice è la condizione per essere citati, non la garanzia: per sapere se ChatGPT conosce la tua azienda anche quando non la cerchi per nome serve un’altra misura, quella che facciamo con KenKeepY, il metro della memoria artificiale. L’audit SEO apre la porta, la GEO decide chi viene nominato. Se vuoi che le due cose siano progettate insieme sul tuo sito, è il lavoro che descriviamo nella pagina sulla consulenza GEO a Milano.

Domande frequenti

Che cos’è un audit SEO?

Un audit SEO è l’analisi di un sito che verifica se Google lo legge, lo indicizza e lo mostra alle ricerche giuste, e restituisce un elenco di interventi ordinati per resa. Copre indicizzazione, accesso dei crawler, duplicati, contenuti, link interni, velocità e, oggi, leggibilità per i motori generativi come AI Overview e ChatGPT.

Cosa significa “pagina scansionata ma attualmente non indicizzata”?

Significa che Googlebot ha letto la pagina e ha deciso di non inserirla nell’indice, almeno per ora. Non è un errore tecnico ma una valutazione. Nella nostra esperienza le cause più frequenti sono contenuti troppo simili ad altre pagine dello stesso sito o poco distintivi: reinviare l’URL non serve, serve renderlo diverso e più collegato.

Cosa significa “rilevata, ma attualmente non indicizzata”?

Google conosce l’indirizzo ma non l’ha ancora scansionato, per questo nel report manca la data dell’ultima scansione. Secondo Google succede quando la scansione rischiava di sovraccaricare il sito. Nei siti piccoli, nella nostra esperienza, è più spesso il segnale di troppi URL inutili in sitemap o di pagine poco collegate.

Devo correggere tutti gli errori 404 segnalati da Search Console?

No. Google consiglia di intervenire solo sui 404 linkati dalle tue pagine o presenti nella sitemap; gli altri, come gli indirizzi mai esistiti, non penalizzano il sito. Se una pagina è stata spostata, serve un reindirizzamento 301 alla nuova posizione.

Ogni quanto va fatto un audit SEO?

Un audit completo va fatto al lancio del sito, prima e dopo ogni restyling o migrazione, e poi una volta l’anno. Nel frattempo basta leggere Search Console ogni mese, confrontando 28 giorni con i 28 precedenti, e aprire il report Indicizzazione quando arriva una segnalazione.

Quanto tempo serve a Google per riconoscere le correzioni?

La convalida in Search Console richiede in genere fino a due settimane, ma può durare di più. Google ricontrolla le pagine man mano che le scansiona di nuovo, e invia un’email quando la convalida si conclude, con esito positivo o negativo.

Vuoi sapere quante delle tue pagine Google ha davvero nell’indice, e quante il tuo sito ne produce senza che tu lo sappia? Starlead è un’agenzia SEO e GEO di Milano: facciamo l’audit sui dati del tuo Search Console, ti consegniamo gli interventi in ordine di resa e rimisuriamo dopo le correzioni. Parliamone: trenta minuti, solo numeri.

Testo AI-assisted e immagine di copertina generata con AI, verificati dalla redazione Starlead · Come lavoriamo